La Rivolta dei Complementi d’Arredo

“Io, ad esempio, ho l’idea fissa di volere diventare il numero uno nel campo dell’arredamento; è bello crederlo, e certamente cercherò di diventarlo, ma sono solo supposizioni”
( da un tema “Memorie e speranze della mia non lunga esistenza” 16/01/1986, 7+ )




Provocazioni oltraggiose al limite della percezione. Camuffamenti: tra guizzi di narcisismo di uno sga-bello che si rifà il look, futon rubati ai manga per cani chic e quadri orizzontali! Quadri orizzontali? Sì perché Sakabari ( qualcosa di magico nel nome e un ponte tra l’estremo oriente e Bari, all’epoca dell’università), prova ad ascoltare le “voci” di ribellione che fuoriescono dai complementi di arredo. 

“Ne ho fin sopra i capelli di sopportare monotoni ninnoli e piedi stanchi di omuncoli davanti alla tivù, io voglio fare anche il quadro!”.

La vocina flebile di un ta-volo che non ne può più di assurgere alla solita funzione viene raccolta dal designer. “Farai anche il quadro!”. Orizzontale. Il gioco nasce poi in una elaborazione del progetto, dove attraverso l’allusione ogni prototipo non fa più solo ciò che deve fare ma si diverte a essere anche qualcosa d’altro.

E si gioca, un gioco bello, per tutti. Perché il nostro artista-progettista innesta sberleffi nelle sue opere, provoca gli osservatori e cerca un sorriso, lo cerca e si compiace quando lo trova. “Il design è funzione ma è anche divertimento, espressione del quotidiano, magia, movimento”. Agli oggetti di arredo si può dare così anche un’anima: di legno, di acciaio, di vetro, di stoffa, di ferro. Vera, che si tocca, che si sente. E’ questa la ricerca dell’artista. “Osserva bene”, pare dire il libro-sedia, che chiede di essere “letto”, ma non troppo, tra le righe.

La “rivolta dei complementi di arredo” trova la sua massima espressione nel manifesto della massificazione Ikea, sotto un'unica disperata invocazione di aiuto: “Ascoltateci!”. Eh sì, perché la passione è altro secondo Sakabari, il quale si è formato a Firenze e lì ha respirato il genio pittorico di Leonardo, ha seguito le forme di Michelangelo e Brunelleschi. E’ a Firenze che ha conosciuto e studiato le grandi scuole di architettura ma soprattutto di design: le Arts and Crafts inglesi, il Liberty italiano, l’Art Nouveau francese, e la Bauhaus tedesca, prototipo per altro attualissimo di un design che allora riusciva ancora ad essere di qualità.
Nello stile di Sakabari prevale l’aspetto “Japponese“ della progettazione, vale a dire l’estremo rigore e semplicità di alcuni mobili e insieme l’ironia e la vivacità di altri dove il carattere fumettistico diventa centrale. Non mancano richiami all’architettura classica e all’architettura neo gotica “che purtroppo – fa uscire tra i denti l’artista - l’ignoranza e l’aridità del cuore degli uomini hanno cancellato da questa terra”.

 

Chiara Puletti

 
 
Sakabari@hotmail.com